Crescere nella Verità


Il Punto di Partenza



Riflessioni sulla vita e l’importanza del dinamismo interno del singolo.


















Introduzione

Ecco il frutto di un cammino intrapreso più di vent’anni fa. La strada percorsa fino a qui e le riflessioni riportate mi hanno guidato ad un punto di partenza.

Il bisogno di riflettere oltre il normale è nato dall’avvertire una mancanza di verità nel mio paese d’origine, i Paesi Bassi. Con questo non affermo che quella della società olandese sia una situazione anomala: l’indifferenza verso la verità è comune nella società odierna un po’ ovunque.

La verità gioca un ruolo fondamentale nella nostra spiritualità, e senza vita spirituale, cioè senza ricerca della verità, l’uomo non sopraviverà come essere umano e, alla lunga, forse neanche fisicamente.

La verità non si può possedere: non esiste un punto di arrivo. A noi uomini però è data la facoltà di crescere nella verità.

In seguito si trovano molte affermazioni sulla società, passata o presente, che sembrano valere per ogni persona. Ovviamente non è così: in ogni società di ogni epoca ci sono persone che seguono la propria guida interiore e si distinguono per la profondità del loro sentire e l’indipendenza nell’agire.

Vorrei ringraziare l’amico Piergiorgio Scuriatti per l’incoraggiamento, Don Lamberto di Francesco per i suggerimenti e correzioni, e, in modo particolare, Lucia Luziatelli per la sua pazienza nel duro e prezioso lavoro di revisione del testo.















“Se c’è in me una certezza incrollabile, essa è quella che un mondo che viene abbandonato dall’amore deve sprofondare nella morte, ma che là dove l’amore perdura, dove trionfa su tutto ciò che vorrebbe avvilire, la morte è definitivamente vinta”

(Gabriel Marcel)


Non è il sapere molto che sazia e soddisfa l'anima, ma il sentire e gustare le cose internamente.

(Ignazio di Loyola)


“Ho sperimentato in me stesso che le difficoltà contro la fede crescono a misura che si rimpicciolisce il quadro di riferimento”.

(Carlo Maria Martini)


“If the experiments are really spiritual, then there can be no room for self-praise. They can only add to my humility. The more I reflect and look back on the past, the more vividly do I feel my limitations.”

(Mohandas Karamchand Gandhi)






PARTE I


Il progressivo distacco dell’uomo dalla natura

L’uomo di cultura occidentale si è, nel corso dei secoli, sempre più staccato dalla natura della quale, comunque, fa parte. E con questo distacco la natura umana si è snaturata. Si è lacerato il legame fra l’uomo e il divino. È ormai chiara l’influenza di questa tendenza sul filosofare, su come concepire la vita e sulla stessa esistenza dell’uomo. Il disagio che comporta per lui la mancata naturalezza di sentirsi al suo posto nel mondo si è reso evidente maggiormente negli ultimi cent’anni, nel secolo di sperimentazione disperata. Lo scetticismo e l’immobilismo che nascono dallo strappo fra l’uomo e il creato stanno alla base della decadenza della nostra cultura.

I popoli antichi, prima ancora dell’influenza del pensiero greco, possedevano un senso naturale di divinità e vivevano, presumibilmente, di più nell’unione di mente e cuore. Dice Seneca degli Etruschi che essi credevano che nulla di ciò che accade avviene a caso: gli avvenimenti non hanno un significato in quanto avvengono, ma essi avvengono perché hanno un significato. Perciò questo popolo aveva una concezione della vita e del rapporto con la natura del tutto inedita rispetto ai canoni moderni: infatti dimostrava una profonda fiducia nell’esistenza ed un’accettazione fisiologica e naturale degli eventi ad essa legati.

Il senso naturale del divino della nostra esistenza è scomparso in gran parte dalla vita dell’uomo con l’avvento del pensiero moderno* e l’imperativo di progredire. Questo pensiero moderno fa senz’altro parte integrante del cammino dell’uomo, come un passaggio fondamentale ma, nel corso del tempo, ha distrutto sempre di più la percezione del mondo come un insieme, di cui l’uomo fa naturalmente parte e in cui trova il suo ruolo naturale secondo un disegno divino.


* il pensiero moderno che trova fondamentalmente il suo principio in “cogito ergo sum”.



Progresso materiale senza dinamismo interno

Dopo il Medioevo si tende ad attribuire costante prevalenza alla ricerca materiale e alla capacità di adattamento verso l’esterno rispetto all’interiorità dell’uomo. Al Rinascimento e all’Illuminismo segue l’era dell’industrializzazione e del progresso scientifico che distrugge definitivamente il vecchio tessuto sociale, ultimo baluardo che proteggeva ancora l’interiorità del singolo individuo. In seguito, si giunge all’era del progresso tecnologico, segnata dalle tendenze comandate dalle comunicazioni di massa e alla fine emerge, negli ultimi anni, l’era del puro pragmatismo e di gestione.

L’esigenza di progredire materialmente, giustificata nel passato, non sembra più ricoprire il ruolo di forza innovatrice. Si è giunti ad un punto tale pertanto che il progresso è solo apparente e l’umanità, non essendo più sostenuta da una forza interiore (intesa come fede), gira su se stessa senza compiere passi in avanti. Nonostante la frenetica attività umana che mira all’evoluzione del corpo sociale, la percezione del progresso nella società occidentale di oggi si è indebolita notevolmente. Una dimostrazione di questa discrepanza è data dal fatto che abbiamo tutti i mezzi materiali a disposizione per sradicare la povertà e l’ingiustizia dal mondo, ma non siamo nello stato mentale giusto per farlo.

In una parte della società occidentale odierna, ripiegata su se stessa e per questo tendente a conservare invece che a rinnovare, si vive alla giornata, negando un senso più profondo all’esistenza. L’uomo contemporaneo esprime la volontà e l’esigenza di concentrarsi maggiormente su quello che avviene intorno a sé, piuttosto che l’istanza di nutrire la propria energia interiore.

In continuazione veniamo distratti. Non troviamo un punto fermo in noi stessi, giriamo a vuoto; non siamo più ancorati alla percezione del divino, non rientriamo più nel dinamismo del vero progresso e così viene a mancare la speranza.



Fede come energia vitale

Nell’era medievale, l’accumulo di fede in forma di energia interiore, dono naturale per l’uomo, aveva sostenuto anche la fede religiosa e, poi, a partire dal Rinascimento, la fiducia nel progresso dell’uomo senza Dio. Tuttavia lo stesso progresso, espresso in un dinamismo esterno, ha consumato nei secoli moderni quella energia interiore, quella capacità di fede. Questo fenomeno è sempre più evidente soprattutto negli ultimi cent’anni della nostra storia: la fede nel progresso attraverso un processo razionale e lineare ora si è consumata; alla fine si è rivelata non durevole.

L’uomo ha fatto un uso sbagliato di questa forza vitale, perché nell’era attuale essa viene finalizzata al mero progresso materiale, un progresso privo del senso del divino.

Così, all’improvviso l’uomo occidentale si trova senza terra sotto i piedi, sbilanciato, perché privo di quella energia interiore che – come le radici di un albero che non portano più acqua alla cima – non irradia più la forza necessaria a sostenerlo. L'ago della bilancia si è spostato dal dinamismo interno del singolo verso l'immobilismo e la non resistenza di massa. Ne è emersa l’incapacità di “affermare” la propria individualità, intesa come interiorità. Uno dei sintomi dell’insicurezza creata da questa mancanza di energia interna è il crescente bisogno di possesso materiale e consumo sfrenato.



La Pietra nello stagno

Tendenzialmente l’uomo cerca sempre di trasformare il suo intimo in concretezza. Questo avviene nel singolo e perciò anche, come azione comune, nella società.

Per certi versi la ricerca dell’ideale espresso in Utopia può essere vista come una materializzazione di due pilastri del cristianesimo, la fede e la speranza: la fede ragionevole nella capacità di progresso; un progresso senza radicamento in Dio, sperando in una vita migliore attraverso un processo collettivo e razionale. Qui si esprima la speranza come indefinita visione serena e ottimistica del futuro.

Consumata l’innata vitalità naturale della fede, e con questo la sua forza interiore, l’uomo non ha altra scelta che cercare di ritrovare l’equilibrio fra mente e cuore per recuperarla. Dopo tanta ricerca e materializzazione delle sue idee, l’uomo deve tornare a guardarsi dentro, così che possa emergere la Ragione Vera. Deve prendere pieno possesso delle sue capacità, sia a livello individuale, sia in profonda comunione con gli altri.



L’influenza delle idee sul cammino dell’uomo

Nel corso del processo che è iniziato con il sostituire la filosofia (l’amore per la saggezza) completa e integrata dell’essere con dei pensieri che non mirano alla verità che trascende, si è fatta sempre più strada l’idea che l’uomo basti a se stesso e che la ragione nasca solamente dall’intelletto e non anche dall’ispirazione.

Alla fine di questa continua divisione fra l’essere e il divino, nel secolo scorso, abbiamo sperimentato due ideologie che di fatto negano il più intimo dell’uomo e delle sue capacità. La crescente esigenza di certezze assolute e la materializzazione della ragione creata dall’uomo hanno negato un pieno sviluppo dell’uomo stesso. L’umanità ha sofferto pesantemente per questo. Tutt’ora la corrente di pensiero basata sull’ideologia non si è esaurita. Ora, invece di ideologie vere e proprie, viene proposto un misto di valori nell’ambito di un sistema manageriale e di una religione di tipo settario, tendente alla frammentazione. Nella lotta fra le democrazie occidentali gestionali e il fanatismo di una religione materializzata sembra che il cieco combatta con il sordo. In questo caos, l’uomo ha grosse difficoltà a sviluppare gli strumenti che lo porterebbero sulla strada giusta e che gli permetterebbero di avvicinarsi alla Ragione Vera. Va perso, in tal modo, il naturale senso di appartenenza alla vita, il senso del divino. Esso è stato sostituito da una corrente di pensiero che nasce soltanto dalle capacità intellettuali e che non tiene conto del cammino che l’uomo deve fare. In tale stato, l’uomo non usa tutti gli strumenti che avrebbe a disposizione.



La società e la libertà del singolo: l’interiorità sotto pressione

A

Dopo il declino delle grandi ideologie ed un breve periodo di idealismo di tipo pacifista, nell’occidente si consolida il modello della social-democrazia. E con questo, la società sembra svilupparsi in un immenso kindergarten con una tendenza di controllo assoluto sull’esistenza e sul pensiero del singolo da parte del gruppo. In questo tipo di convivenza, tutto sembra un grande gioco o comunque una grande finzione. I politici giocano la loro fortuna politica; gli scienziati e i giornalisti nello svolgimento del loro lavoro, spesso si nascondono dietro false motivazioni; tanti imprenditori vivono nel loro mondo confinato di pseudo ideali e sete di guadagno o di espansione. Giudici e avvocati diventano semplici strumenti per raggiungere uno scopo. Tanti altri membri di questo tipo di società vengono ridotti al rango di puro consumatore.

Un ulteriore sviluppo della democrazia gestionale fa nascere una società basata su un sistema manageriale di controllo assoluto sulla persona, concedendo, appunto, al singolo una libertà controllata, il semplice diritto di ritagliarsi uno spazio per giocare. Per chi non sta al gioco, e si mette fuori di questo spazio, vige la pena massima, cioè l’esclusione dal gruppo.

B

Nei nostri giorni, il sistema sa difendersi sempre meglio dal singolo. Si configura come una gigantesca ruota che ha preso velocità perché non c’è più possibilità di freno da parte dei componenti. Chi cade sfortunatamente negli ingranaggi della grande macchina viene stritolato senza pietà. Chi oppone resistenza all’andamento senza freno della ruota che gira, viene eliminato oppure reso, agli occhi dell’opinione pubblica, ridicolo o superfluo.

Una delle caratteristiche di questa società moderna è la sempre più frenetica ricerca del benessere basata su una visione molto limitativa della vita. Questa finta democrazia, che in fondo nega l’essenziale sviluppo di ogni singolo, è basata su un’idea debole, frutto nel passato dell’ascesa e declino delle ideologie: ne emerge l’indebolirsi della capacità conoscitiva e la conseguente visione limitata, della persona. In realtà, il suo parere e il suo contributo, non è neanche richiesto.

Altre caratteristiche di questa società, molto in evidenza, sono: la sostituzione di una morale della persona con il controllo del sistema (una cosa non si fa non perché uno è intimamente convinto che non la debba fare ma perché viene inflitta una sanzione); una ricerca del benessere individuale che diventa esasperante; un sistema economico che non può fare a meno di uno stato permanente di crescita (e ha al suo interno il sistema perverso dei mercati azionari ed azionisti che richiedono la corsa al profitto ad ogni costo); e lo svalutarsi della parola come autentica espressione umana (la libertà di espressione è per taluni più importante della dignità umana).

Intimamente collegata a tutto questo è la convinzione che l’uomo non possa aspirare ad un destino più alto.

C

Indubbiamente questa forma di convivenza crea dei vantaggi a breve, facendo leva più sui diritti che non sui doveri delle persone; ma alla lunga un sistema manageriale del genere fallisce, perché non tiene conto del dinamismo interno del singolo. Il dinamismo del singolo è indispensabile per la società. La sozial-democrazia fa più appello alla debolezza dell'uomo che alla sua forza e per questo, in fondo, egli non sarà appoggiato dai suoi membri. In più, tale sistema richiede una continua materializzazione, un flusso dall’interno all’esterno. Questo alla lunga non è sostenibile, sia per lo sforzo umano eccessivo, sia per l’ambiente.

D

In questa società, la maggior parte dei membri non sviluppa le proprie capacità conoscitive autentiche, non è ancora entrata veramente nella sua esistenza pienamente vitale.

Un simile modello di gestione pura toglie in modo lacerante il senso della responsabilità del singolo verso l’esistenza, riduce ad un minimo il cordone ombelicale che lega l’uomo al creato. Non fa appello a tutte le capacità umane, relega queste alla sfera privata. Ma allo stesso tempo tale tipo di società richiede tutta l’energia e l’attenzione del singolo per farne un membro a pieno titolo. Esige un alto grado di attenzione, un adeguato livello di produzione materiale e di consumo e, come ultimo, introduce uno stato permanente di paura. Una società del genere sembra fatta apposta per distrarre l'attenzione dell'uomo dalla sua interiorità.



La potenzialità della responsabilità

L’uomo non è fatto solo per pensare, per ridursi alla pura attività speculativa. Senza delle regole scritte nel cuore, si perde e si piega su se stesso, si imprigiona nei suoi sentimenti e pensieri.

Invece di curare la nostra anima e la funzione del cuore, spesso abbiamo dato troppa importanza al pensiero. Il pensiero, quando non è ispirato dalla Ragione Vera non è duraturo e,
quando sarà consumato, daremo importanza solo al nostro corpo.

Il senso dell’appartenenza al creato e la naturale responsabilità verso la vita sono stati soppiantati da un surrogato: l’appartenenza a un sistema “utile”. Tutto ciò porta ad un distacco drammatico del singolo dal creato, con il conseguente potenziamento dell’idea che egli è impotente nei confronti del suo destino, che non può cambiare la corsa della sua vita, che è prigioniero utile nello spazio assegnato. Egli così diventa un numero, è uno dei tanti, non è unico. Infine, non esiste un Dio che si interessi di lui o di lei, oppure Dio non può interessarsi di lui o di lei perché non è padre ma è entità astratta, figura del tutto inconcepibile per l’uomo.

Cosa succede allora con la più grande scoperta che ogni persona possa fare: è assolutamente rilevante come persona unica; può incidere sulla storia, sulla vita degli altri e sulla comunità; può fare del bene o del male; il suo contributo ha importanza?



Un cambiamento inevitabile

Dopo l’era scientifica, a breve finirà anche l’era tecnologica e, probabilmente, con essa la social-democrazia. E questo perché, a parte l’andamento storico, alla fine la società, che è la rappresentazione umana dell’universo, è fatta da membri che non ne partecipano veramente, se non vivono fino in fondo la loro esistenza e creano comunione. Il disagio così causato nell’anima richiede, o meglio, impone un cambiamento.



Le strade che si dividono

(tratto dal International Herald Tribune 20 October, 2005):

Nel recente passato, il Dalai Lama ha collaborato ad una ricerca che aveva lo scopo di indagare con metodo scientifico se si possa “allenare” il cervello umano a generare la compassione e aumentare i pensieri positivi con la pratica della meditazione intensa. Questa ricerca avrebbe evidenziato un’energica attività nella parte del cervello che si occupa di concentrazione e controllo emotivo in monaci buddisti ed altre persone impegnate nella meditazione. Il Dalai Lama fu invitato a parlare di questa ricerca e dei risultati ottenuti in una riunione della International Society for Neuroscience. In seguito, cinquecentoquarantaquattro ricercatori mossero all’organizzazione promotrice dell’evento una petizione per chiedere di cancellare l’intervento del Dalai Lama, perché la ricerca avrebbe messo in evidenza delle rivendicazioni non-sostanziali, che non rispondevano a sufficiente rigore scientifico e al criterio dell’obiettività.

Da parte dei sostenitori dell’intervento del Dalai Lama si rilevava al contrario che il maggior numero dei firmatari della petizione erano cinesi o discendenti di cinesi e che la motivazione della petizione non era scientifica ma politica. Cina aveva invaso nel 1959 il Tibet e in seguito il Dalai Lama era stato costretto all‘esilio.

Il sistema politico cinese cerca tuttora di screditare la religione in genere e il buddismo tibetano in particolare. Da parte di chi era contrario all’intervento del Dalai Lama, veniva messo in evidenza che la maggioranza dei ricercatori coinvolti nell’indagine o comunque favorevoli all’intervento erano dei buddisti, praticavano la meditazione o vivevano in stretto contatto con il Dalai Lama. Pertanto la ricerca mancava di obiettività e rigore scientifico.



Verso l’unità o verso la divisione

In questa storia si parte dalla compassione praticata da monaci buddisti e si arriva ad una polemica basata su certe convinzioni. La compassione si trova sulla strada dell’unità, la convinzione sulla strada della divisione.

Il tipo di divisione ideologica che si evidenzia in questo processo porta quasi all’estrema conseguenza materiale: la conflittualità con tutti i suoi disastrosi effetti potenziali.

Il pluralismo in genere, o quanto meno il dualismo, che come prova di apertura al dialogo e alla tolleranza poggiano su basi solidissime, sono indispensabili nel metodo scientifico o nella filosofia. Ma ciò che conta per l’uomo che vuole allargare l’orizzonte è sapere che né l’uno né l’altro sono esaurienti: esiste una realtà che va oltre.

Nel caso sopraccitato, gli elementi più importanti, cioè la compassione, la riflessione, la capacità dell’uomo di far entrare l’amore nel mondo, vengono messi nell’angolo e dimenticati. Ci si concentra di propria volontà o si viene costretti a concentrarsi su aspetti di rango inferiore. Spesso però va così nella nostra vita; ci perdiamo per strada per motivi secondari, basati su delle credenze nostre. Non rimaniamo sulla via principale, ma imbocchiamo un vicolo cieco. Diamo importanza a delle convinzioni di seconda categoria rispetto all’essenziale. E questo è il segnale che ci manca una guida interiore.



Potere e potenzialità

Tanti, oggi come ieri, credono nella soluzione materiale, cioè nell’opportunità di agire con la forza per dare un impulso oppure per correggere una condizione esistente. La logica “lo scopo giustifica i mezzi”, espressione massima di questo credo, vige in un contesto manageriale o trae forza dall’emotività delle persone coinvolte.

La concezione statica della verità ha anche distorto il concetto di potere. Potere non è possesso, potere è potenzialità. La voglia di assoluto viene vissuta come viene vissuto il possesso di una cosa materiale. Così anche la Chiesa Cristiana non va vista tanto quanto custode della verità, ma come comunità pellegrinante. La Chiesa sopravvive da sempre grazie al dinamismo interno dei singoli e alla comunione.

Viviamo in tempi bui perché non intendiamo percorrere la strada della ricerca per la guida interiore, ma pensiamo che la verità ci sia dovuta, che ci appartenga di diritto. L’uomo non può possedere la verità, ma ha la possibilità di cercarla, di avvicinarsi ad essa. C’e un doppio aspetto della verità cristiana: allo stesso tempo esiste la verità rivelata da Cristo, ma al cristiano viene richiesto di mettersi in cammino verso di essa, impegnandosi in una ricerca continua fatta di preghiera, meditazione e ascolto profondo.

Il dinamismo interno dell’uomo si basa sul cammino, non sul punto d’arrivo.



Il sapere accumulato

Le idee e lo stato mentale dell’uomo esercitano un ruolo cruciale nella sua esistenza.

Viviamo in tempi bui, in apparente decadenza, ma questo sorprende ancora di più visto il patrimonio di esperienza e conoscenza a disposizione. Tanto di questo sapere è rintracciabile in forma scritta ed accessibile a tutti. Nella società odierna in apparenza si investe tanto sull’educazione e la trasmissione del sapere. Sembra però che non ci sia più spazio per l’insegnamento delle sue fondamenta. Di sicuro si è spostata l’attenzione dalla visione generale verso il particolare e dalla qualità verso la quantità.

Sembra che per il sapere viga una regola simile a quella che esiste per la coltivazione della terra. Bisogna preparare bene il terreno per far sì che il seme si sviluppi. È inutile versare una grande quantità di nozioni su delle persone che non vogliono o non riescono a recepirle nel modo giusto.

Sempre più diffusa è la sensazione che l’albero della conoscenza sia cresciuto in alto, ma che ora non cresca più e, addirittura, le sue radici stiano seccando.



La negazione della diversità

Sembra esserci nelle persone d’oggi sempre meno unità fra intendere ed agire. Ad esempio, ci vogliamo distinguere ad ogni costo, ma in realtà abbiamo paura di essere veramente diversi, cioè di essere noi stessi. Temiamo la diversità, che sarebbe ricchezza culturale e vitale. Di conseguenza, ci facciamo trattare come una massa amorfa. Il rispetto per l’anima dell’altro, per la vera diversità nell’unità, è basso. Pertanto la paura cresce, è imperante il disordine mentale ed è diffuso il senso del vuoto. Questo crea un senso di smarrimento e fa venire meno la coesione sociale.

Questa non-cultura, che si basa sulla paura della diversità e la negazione dell’unità, porterà ad un’ulteriore riduzione della libertà interiore del singolo. Pochi agiscono con l’intenzione di dare un esempio o comunque in accordo con principi e valori radicati. La maggior parte delle persone vuole imporre la propria ragione riduttiva agli altri.



Un pluralismo esasperato

Quasi tutto quello che concerne l’uomo e la società è ora espresso in modelli di gestione. La società si basa prevalentemente sugli aspetti razionali del lavoro e della convivenza: in sostanza tale razionalità è solo sfiorata, applicata in un modo riduttivo e perciò incompleto. L’appello alla ragione è pertanto limitato.

Il sistema di gestione della democrazia di massa, che professa competitività e pluralismo ad ogni costo è uno dei maggiori alibi per distaccarsi dal senso del comune. Ognuno segue il proprio filone debole e difende una ragione o un interesse basato su una visione soggettiva. Il vago ideale del pluralismo giustifica ogni mezzo e passa sopra la ragione vera dell’uomo. In questo tipo di società pietrificata che manca di dinamismo interno, c’è una costante ricerca spirituale a vuoto che non si traduce in azione. Uno si sente a casa in questo tipo di società solo nel piccolo spazio conquistato o assegnato, ma non nella società come insieme. E questo si riflette anche su come l’uomo vive il creato.



Vivere senza radici

L’albero cresciuto in alto ha bisogno di radici molto forti. Ci deve essere qualcosa che nutre di continuo queste radici. Senza di esse, la maggior parte del nostro sapere ramificato funziona per l’albero come l’edera: lo copre e lo soffoca. Cioè, questo sapere copre l’esperienza umana come singoli e come società. L’immensa quantità di informazioni accumulate ha finito per mistificare la nostra percezione della realtà. Questa stessa realtà fa vedere che esiste anche un sapere che non ha bisogno di essere materialmente provato.

La dicitura “natura umana” implica e riconosce che la natura opera nell’uomo, che l’uomo in qualche modo ne fa parte. Bisogna tenere in conto anche un altro elemento che costituisce la base del conoscere dell’uomo: la sua intuizione. La scienza non sarebbe mai nata solo dall’intelligenza e senza l’intuizione. Qui l’importanza sta nel sentire più che nel sapere, nella possibilità prima che nella certezza. Quello che distingue l’uomo dalla natura è soprattutto il suo potere, cioè la facoltà di operare delle scelte e di agire in modo responsabile.
La razionalità tout court ha portato via l’uomo dalla sfera divina perché fa appello soltanto al cervello, non come strumento al servizio dell’insieme ma come fine a se stesso. La pura razionalità del pensiero non tocca il nostro cuore e perciò non tocca l’anima.

Seguendo la strada della ragione pura e astratta alla fine ci si trova come vivendo in una cantina umida e buia sia pure di uno splendido palazzo con un fiorente giardino. Ci si chiude dentro e si buttano via le chiavi e si fa di tutto per dimenticare che là fuori esiste un altro mondo.



L’uomo contemporaneo

L’uomo spesso vuole distinguersi ad ogni costo, ma non ha la base per farlo veramente. Dice: “credo in me stesso”. In sé sarebbe giusto se questa affermazione volesse dire: “Dio mi ha dato la capacità di cercare la verità, di agire nel giusto e di vivere la mia vita a pieno senza imboccare un vicolo cieco”: ma qui il credere in se stessi con superbia porta al ridimensionamento del proprio orizzonte e al conseguente imboccare di un vicolo cieco. Di solito si imbocca un vicolo cieco per superbia, false motivazioni, paura, ideologie, materializzazione della religione, attivismo sbilanciato, infantilismo.

L’uomo di oggi, arrivato all’età della percezione della realtà, vede davanti a sé il treno della società, molto pesante e veloce, che passa e non aspetta nessuno. Il suo istinto sociale consiglia di non perdere quel treno, di salire ad ogni costo per non essere emarginato dalla società e incorrere nella pena maggiore: l’esclusione dal gruppo. Lo fa a rischio di non diventare una persona completa, cioè una persona che ha ben chiara la base per agire, i suoi valori fondamentali. Il sistema societario pesa troppo sul singolo, lo tiene prigioniero. Il messaggio che diffonde è: non servono le fondamenta da persona completa, basta la ragione del gruppo a giustificare le azioni: un’azione materiale immediata, una materializzazione senza fondamenta. Quell’uomo rischia così di perdere la strada principale e di imboccare un vicolo cieco, dove in fondo continua a sbattere contro il muro senza sapere trovare la strada per la via principale. Il vicolo cieco è spesso la strada della superbia, del potere inteso come sopraffazione degli altri a proprio vantaggio e, più in generale, della incapacità di agire in libertà.



L’uomo e la società: un cambiamento realizzabile solo dall’uomo

Solo attraverso il cambiamento nello stato d’animo del singolo si può modificare veramente la società. La società degli uomini deve rispecchiare gli elementi di rivoluzione e immutabilità allo stesso momento. Il rispetto della diversità è basato sulla coscienza di una condivisione del destino. La vera democrazia si basa sulla forza del singolo, la disciplina, la fermezza, la capacità di amare, di generare rispetto e di rispettare il diverso e il creato. La vera comunità si fonda sull’amore, l’unico legame durevole fra gli uomini.






PARTE II

Il vero progresso


Alla fine, il più importante comune denominatore intellettuale dell’uomo è la capacità di ricevere da Dio ispirazione per la sua vita, di entrare a far parte della sfera divina. L’essenziale dell’uomo sta nel suo rapporto con Dio e così con tutto il creato.

La più grande scoperta di ogni uomo è la responsabilità, cioè la consapevolezza che i suoi pensieri e le sue azioni hanno importanza, che contano. L’uomo scopre che può fare la differenza e promuovere il disegno divino. Dio ha voluto l’uomo corresponsabile, per facoltà e per dovere. Ma questa libertà concessa viene spesso male interpretata.

Sia come singolo sia come società per noi oggi è ora di prendere la nostra responsabilità e di usare e apprezzare tutte le risorse a disposizione, partendo dall’individuo, cioè dalla sua essenza, la sua anima, che può indirizzarlo verso la Ragione Vera. A questo punto si uniscano gli elementi di immutabilità e di dinamismo interno, di evoluzione e rivoluzione. Tutto collabora per ristabilire l’unità fra pensare ed agire. Il disegno divino chiede il nostro completo coinvolgimento come risultato di una scelta libera. Il vero progresso, che toglie via la paura, guida verso l’amore, che è l’energia che funziona da porta dal materiale all’immateriale. Dio ci chiede di coltivare il nostro terreno in modo tale che possa germinare il seme della verità.

Il vero progresso è dentro di noi: dobbiamo dare mano libera all’energia dell’amore per vincere il potere opprimente e la paura, per diventare veramente potenti. Così la forza vitale scorre attraverso noi. L’uomo diventa sempre più quello che “niente abbia e tutto possegga”, come espresso da Giovanni Paolo II.

In tal modo l’uomo non ha bisogno di affermare o, addirittura, imporre la propria ragione; vive d’esempio e basta. Fermo nei suoi principi, dinamico nella sua vitalità. Così l’uomo ha reso intimi i capisaldi della sua esistenza. Cristo, essenza della vita, e pura sostanza, come esempio illuminante può farci da guida su questo percorso.



Amore è energia vitale


Il nostro agire è quasi sempre legato a qualcosa che noi sappiamo e crediamo. Ogni persona mescola in qualche modo riflessione e azione. Ma è stata la riflessione che ha dovuto fare un grosso passo indietro nei tempi moderni. La riflessione profonda, quella collegata alla meditazione e alla preghiera, è stata sostituita in buona parte dal pensiero utile all’azione, da un pensare sterile che viene imprigionato dal relativismo. Così il pensare puro viene tenuto sempre meno in considerazione. Progressivamente abbiamo staccato il pensiero dall’essere. Il pensiero non ancorato può confonderci.

Staccando il pensiero dall’essere, cioè dalla vita, e portandolo in primo piano, l’abbiamo indebolito. E, cosa ancora peggiore, abbiamo slegato il nostro pensiero dal nostro agire. Così la realtà è vissuta in modo ridotto. Un evidente segno di questo si riscontra nel modo in cui è vissuta la religiosità dell’uomo, da parte sia dei credenti che dei non credenti. Il vivere non è congruo al pensiero espresso.

Come si spiegano le varie espressioni spirituali nel mondo? Nel quadro di affermazione del giusto o torto, della esclusione? Oppure è il caso che facciamo appello alla nostra umiltà e accogliamo amorevolmente la diversità, essendo consci che Dio è infinitamente più grande delle realtà che possiamo pensare o concepire? Si dà il caso di vivere in modo completo, da persone complete, la nostra realtà, senza trarne delle conclusioni generali, senza alzare il pensiero nella sfera della assolutezza.

Solo mirando alla sostanza potremo avere qualche idea dell’unità.


Sperimentare come persone complete - aspirare alla divinità dell’uomo

L’uomo potrebbe con più impegno cercare la libertà, ma la libertà si basa sulla responsabilità, che trova la sua fonte nell’amore. L’amore scaturisce dalla fonte divina cui all’uomo è stato dato accesso. Ma pare che non ci sia più facile accesso a Dio. Sembra che l’energia dell’amore non lubrifichi più la nostra vita. Questo porta ad una divisione, un allontanarsi dall’unità divina, che rende la nostra vita complicata senza ragione. L’uomo porta con sé una nostalgia per questo senso di unità.

L’uomo d’oggi, dopo l’era della sperimentazione, non sperimenta più, nel vero senso della parola; preferisce correre dietro a delle chimere, credere a delle credenze da consumare in fretta ovvero da adottare o da rigettare a piacimento. Il sapere e l’esperienza non sono più ancorati.

Non si trova Dio in fondo ad una serie di ricerche e prove scientifiche. L’esistenza di Dio non può essere materialmente provata. Filosofi postmoderni traggono così la conclusione che non c’è niente dietro i fenomeni*. Ma tali filosofi non tengono conto, con questo pensiero, dello stato d’animo del singolo che rifiuta di affidarsi soltanto a sapienza imposta dall’esterno e di spegnere la sua voce interiore.

L’uomo ha bisogna di questa sperimentazione, soprattutto con se stesso. Non ha nessun senso il progredire materialmente senza una sperimentazione che coinvolga noi stessi. Ma per conseguire questo dobbiamo fare appello a tutto il nostro potere: per cercare e per sperimentare la verità come processo, come strada. Questa infinita ricerca ed assimilazione di esperienza ci coinvolge completamente. Solo così possiamo avvicinarci alla Ragione Vera che esiste dentro di noi e fuori di noi. La paura si basa sulla non conoscenza del nostro potere, sulla mancanza di libertà e sull’incapacità di scegliere in autonomia.

* L'epoca attuale, chiamata postmoderna, è caratterizzata dal venire meno della pretesa propria dell'epoca moderna, di fondare un unico sistema nel mondo, partendo da principi metafisici, ideologici o religiosi e dalla conseguente apertura verso la precarietà di ogni senso. In questo filone di pensiero è nata una nuova riflessione sul nostro tempo e una ricerca di quella definizione unitaria che sfugge per propria stessa natura.

Ma non è lo schema unitario imposto che conta, bensì il modo di essere, di stare nella vita. Di percorrere la strada.



La forza dell’amore

La persona che ha incontrato, ha sentito dentro di sé il limite delle azioni dell’uomo, sa che in realtà c’è di più nella vita di quello che possiamo vedere, toccare, analizzare, misurare o giudicare.

La nostra esistenza si basa senza dubbio sull’amore. Senza questa energia la vita non può esistere. Siamo fatti per amare e ricevere amore. L’amore dà la vita e vince la morte Il cristianesimo, come altre religioni, pone l'amore divino, ma anche quello umano, al centro della nostra attenzione e si nutre dell’amore, che è energia vitale; senza amore non può nulla. L’amore è energia cosmica. L’amore unisce il mondo materiale e quello immateriale.

Per l’uomo d’oggi, che pare partecipare sempre di meno a questa energia dell’amore, che sembra far sempre meno parte della natura e così della creazione divina, non è facile trovare la strada che lo riporti ad essere nutrito e protetto da questa energia.
La ricerca della verità


Per l’uomo la chiave per avvicinarsi a questa energia dell’amore è l’umiltà, che prima di tutto significa, stando pienamente nella vita, un’onesta e costante ricerca della verità, riconoscendo il proprio posto nel creato e rispettando le proprie capacità e i propri limiti.

C’e una connessione fra donarsi gratuitamente e partecipare all’energia vitale dell’amore. Così si può dire che questa energia è la base della vita. Chi si dà gratuitamente e fa parlare il suo cuore guadagna la vita, ed è sempre più immune dalle avversità.

Il più grande ostacolo alla ricerca della verità è la presunzione e il frutto principale dell’uso esclusivo delle solo facoltà mentali, la (pre)supposizione. La presunzione porta via dalla strada principale che dobbiamo percorrere nella ricerca della verità.

Non si vince il mondo con la forza delle grandi convinzioni ma con la forza dell’amore, che si può conquistare usando cuore e cervello insieme.



L’atteggiamento umile come base della sapienza

Il singolo può giungere ad una sapienza integrata attraverso un atteggiamento costante e umile. Così la Bibbia: “Il timore del Signore è il principio della scienza” (Prv. 1,7). Ma come San Paolo afferma (ICorinzi 13,1-13), è solo attraverso la carità che possiamo raggiungere la vetta della nostra esistenza ed è l’amore gratuito che, in ultima, porta più vicino a Dio. L’uomo, per rimanere sulla retta via, ha bisogno dell’amore, di questa forza unificatrice. Senza di essa morirebbe spiritualmente e, alla fine, anche materialmente. L’amore è la base della vita: senza questa energia si perde.

L’uomo, nell’atteggiamento dell’umiltà, prima o poi arriva alla convinzione radicata che Dio davvero ha prescritto le leggi che governano il mondo e la vita umana. In tal modo la meditazione sul mistero della vita e la preghiera rimpiazzeranno sempre di più la speculazione a vuoto, cioè il pensare che non crea. Dio ci ha mostrato esempi di grandezza, ci ha dato gli strumenti, mente e cuore, e la forza di percorrere la strada che ci porta a vivere appieno.

Dopo tutta l’esperienza accumulata dall’umanità, non è forse opportuno rivolgere la nostra attenzione alla fonte dell’amore? Non dovrebbe essere, d’ora in poi, la nostra suprema legge l’esigenza di partecipare amorevolmente al creato?



Epilogo

Solo vivere Dio dà la prova dell’esistenza di Dio. Cercare la sostanza

Cerca Cristo con il cuore. Cristo può essere una guida che illumina l’esistenza. Non è probabilmente l’unica via della verità ma è quella che è stata indicata a noi occidentali.

Non ti lasciare disturbare in questa ricerca dalla mente, che è solo strumento, e dai pensieri che sono spesso fugaci. Non pensare troppo ai dogmi delle religioni oppure al fatto che i rappresentanti della Chiesa dicano on non sempre il giusto. Aspetta con il tuo giudizio, fai lavorare il tuo cuore. Tieni i tuoi pensieri vicino a quello che fai. Rimani tranquillo con lo sguardo rivolto a Cristo.

Cristo è fermo, chi lo cerca sarà sempre meno in balia delle onde dell’esistenza. Cristo è l’essenza del dinamismo, la pura sostanza, comprende tutta l’esistenza: per chi apre il suo cuore può essere l’esempio massimo.

La nostra principale caratteristica, o se uno vuole, arma, per cercare Cristo è l’umiltà. Percorrendo la strada, la coscienza che sappiamo poco o nulla non disturba più. Dobbiamo cercare la verità con amore e perseveranza. Cristo si rivelerà. Emerge una verità più alta di quello che siamo abituati a vivere. Cristo ci riempie di gioia, ci toglie la paura. Ci fa avvicinare a Dio e così agli altri uomini. Il verbo vive con Cristo.

Più ti dai via gratuitamente, più guadagni la vita, quella energia vitale dell’amore entra in te. È la carità che porta alla sostanza. Cercando Cristo sarai più libero. La grazia del Signore è sempre con noi, bisogna solo essere disponibili ad accoglierla.

Non devi abbandonare questa ricerca silenziosa per nessun motivo al mondo: è la cosa più preziosa che uno possa possedere, racchiude la vita stessa.


Rudolph Hupperts

Pasqua 2010

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